Quando la ricerca diventa “partecipativa”

Verso la fine degli anni ‘90, il programma di miglioramento genetico dell’orzo presso l’International Center for Agricultural Research in Dry Areas (ICARDA), con sede ad Aleppo in Siria, cominciò a sperimentare un nuovo modo di fare ricerca insieme agli agricoltori in zone problematiche dal punto di vista agronomico. Questo nuovo modo di fare ricerca si chiama “ricerca partecipativa” e applicata al miglioramento genetico è nota come miglioramento genetico partecipativo. Questo lavoro si è esteso a molte colture ed è oggi attivo in molti paesi, mettendo insieme agricoltori, biologi e sociologi con lo scopo di riportare la gestione della terra nelle mani dei contadini, di rispondere alle necessità di coloro che vivono e lavorano nelle condizioni più difficili, nonché di sostenere e incrementare lo sviluppo della biodiversità.

Le varietà selezionate nelle stazioni sperimentali spesso non corrispondono alle necessità degli agricoltori e in particolare dei più poveri e di quelli che operano in ambienti problematici o in sistemi agricoli che non usano input chimici. In generale le varietà “moderne”, selezionate per rendere bene e adattarsi ampiamente in molti siti e paesi, producono più delle varietà locali soltanto in condizioni definite (buona fertilità del suolo e frequenti precipitazioni) e con le tecniche agronomiche più moderne usate nelle stazioni sperimentali. Facendo ricorso a fertilizzanti, pesticidi, abbondanti irrigazioni e mezzi meccanici è possibile modificare l’aspetto dei vari ambienti, creando così situazioni artificiali ma dalle caratteristiche uniformi, a scapito della salute del suolo. L’assunzione che spesso la scienza fa è che le innovazioni tecnologiche (come una nuova varietà) che funzionano negli ambienti favorevoli vanno bene anche per gli ambienti sfavorevoli (basta modificarli con i mezzi suddetti); con questa giustificazione è stato fatto pochissimo per sviluppare nuove strategie di miglioramento genetico che non comportino un necessario ricorso e una conseguente dipendenza dalla chimica. Scienza e agricoltura: un nuovo dialogo In molte zone dell’Africa, del Medio Oriente, dell’America Latina e dell’Asia, le produzioni di colture chiave, tra cui l’orzo, sono cronicamente basse e l’abbandono della coltura è frequente. Il miglioramento genetico convenzionale ha avuto poco effetto, soprattutto perché la maggior parte degli agricoltori rifiuta le varietà moderne a causa di produzioni o qualità inferiori. L’approccio convenzionale è tipicamente centralizzato e imposto dall’alto con poca attenzione alle reali condizioni in cui gli agricoltori operano. La ricerca ufficiale si dimostra assolutamente disinteressata allo studio delle varietà che producono bene in ambienti sfavorevoli ma che in quelli favorevoli hanno una produzione media tendenzialmente bassa. Eppure, sarebbero le linee ideali per quegli agricoltori che operano in ambienti problematici. Ciò implica che per migliorare l’adattamento specifico a condizioni difficili è necessario selezionare direttamente in quelle condizioni: in altre parole, bisogna decentralizzare la selezione. La decentralizzazione dal sistema di ricerca internazionale a quelli nazionali è anche molto “più verde” perché adatta le colture all’ambiente anziché il contrario: non c’è più bisogno di usare tanti prodotti chimici e si aumenta anche la biodiversità perché si favorisce la diffusione di più varietà. Tuttavia, la decentralizzazione da sola non risponde alle necessità degli agricoltori con poche risorse se è soltanto una decentralizzazione dalla stazione sperimentale di un centro internazionale a una stazione sperimentale del centro di ricerca di un altro paese. Al contrario dell’approccio convenzionale, la decentralizzazione del miglioramento genetico deve coinvolgere gli agricoltori fin dall’inizio del processo quando la variabilità genetica è ancora grande, avvicinando così agricoltori e ricercatori per apprendere gli uni dagli altri e porre al centro del processo le aspettative degli agricoltori. Poiché normalmente i concetti del miglioramento genetico convenzionale non vengono messi in discussione, la responsabilità del mancato uso delle nuove varietà viene attribuita dai ricercatori e dagli agenti di sviluppo, a seconda dei casi, all’ignoranza degli agricoltori, all’inefficienza dei servizi di diffusione e alla loro mancanza o al costo del seme. Di conseguenza, una quantità enorme di risorse continua a essere investita in un modello di miglioramento genetico che non ha molte probabilità di successo in condizioni agro-climatiche sfavorevoli. Va aggiunto che il contrasto tra la realtà degli agricoltori e le filosofie del miglioramento genetico convenzionale è particolarmente evidente nei paesi economicamente meno avvantaggiati, ma questo non deve sorprendere. La maggior parte dei ricercatori che operano in quei paesi sono stati addestrati nei paesi più ricchi, proprio secondo quei principi di miglioramento genetico raramente messi in discussione. Ma tutto ciò comincia a cambiare. Il processo di partecipazione La preparazione di un programma di miglioramento genetico partecipativo comincia con discussioni con gli agricoltori per mettere in chiaro fin dall’inizio che cosa la partecipazione comporta in termini di impegno e che cosa ci si può aspettare. Gli agricoltori partecipano con gli stessi diritti dei ricercatori: ciò significa che le loro opinioni hanno la stessa importanza di quelle dei ricercatori. Durante queste discussioni vengono concordati i dettagli tecnici del programma, il numero di linee da saggiare, le dimensioni delle parcelle, il numero di località, le tecniche agronomiche, come e quando condurre la selezione, chi partecipa alla selezione. L’accento in questo tipo di ricerca è sulla libertà degli agricoltori di fare ciò che loro pensano sia importante, in un modo che abbia per loro significato e quando ritengono sia appropriato farlo. Così un programma partecipativo diventa un progetto che appartiene agli agricoltori e al quale i ricercatori partecipano. Nel processo si è in grado di coinvolgere gran parte della comunità: ad esempio i criteri di scelta utilizzati dalle donne differiscono spesso da quelli degli uomini e il fatto di considerare più punti di vista rappresenta un importante arricchimento per l’intero progetto. Questo indica che la partecipazione non deve in alcun modo discriminare in base a genere, educazione, ricchezza, religione, etnia e così via. L’esempio della storia Le piante sono una parte integrante della storia dell’umanità. Si stima che tra 40.000 e 100.000 specie siano state regolarmente utilizzate nel tempo come cibo, per produrre fibre tessili, nell’industria, nella religione o come medicinali. L’idea della partecipazione degli agricoltori alla ricerca non è né nuova né rivoluzionaria. Non dobbiamo dimenticare che per 10.000 anni uomini e donne hanno deliberatamente modificato il fenotipo, e quindi anche il genotipo, di centinaia di piante coltivate annuali e perenni, come una delle routine quotidiane. Prima della domesticazione, il cacciatore-raccoglitore era parte dell’ordine naturale ed aveva una minima influenza sugli ecosistemi. Il processo di adattamento alla coltivazione – di miglioramento genetico – fu fatto da agricoltori senza una formale educazione producendo centinaia di varietà distinte. Durante il processo di domesticazione e di coltivazione, gli agricoltori hanno sviluppato conoscenze immense – una scienza non scritta che è stata tramandata di millennio in millennio – che la scienza moderna ha usato solo molto raramente. Dalle prime esperienze…agli ottimi risultati In Siria abbiamo cominciato nel 1996- 97 con nove villaggi e due stazioni sperimentali perché abbiamo voluto misurare la capacità degli agricoltori di condurre la selezione mettendola a confronto con quella sviluppata dai ricercatori. Gli agricoltori che ospitavano gli esperimenti nei loro campi e i loro vicini si prendevano cura degli esperimenti che comprendevano sia varietà migliorate che vecchie varietà locali ben note agli agricoltori. Dopo quegli inizi il miglioramento genetico partecipativo si è esteso a 24 villaggi in 7 province. Con gli esperimenti condotti tra il 1996- 97 e il 1999-2000 abbiamo dimostrato che la partecipazione degli agricoltori nel processo di selezione condotto nelle loro condizioni agronomiche e climatiche non solo è efficace, ma accelera notevolmente il processo di adozione delle nuove varietà senza il coinvolgimento dei complessi meccanismi del rilascio ufficiale delle varietà, della produzione di seme certificato e della divulgazione. Questi meccanismi, generalmente introdotti dai paesi sviluppati insieme con le filosofie e le metodologie del miglioramento genetico discusse sopra, non sono quelli usati dalla maggioranza degli agricoltori più poveri per approvvigionarsi delle sementi. La maggior parte del seme e dell’informazione usati da questi agricoltori proviene o dal loro campo, o da quello del vicino o dal mercato del villaggio. È risultato subito evidente che i criteri di selezione usati dagli agricoltori nei loro campi erano molto diversi da quelli che i ricercatori usano nelle stazioni sperimentali e che, fra la sorpresa di molti, la selezione degli agricoltori era tanto efficace quanto quella fatta dai ricercatori. Le produzioni, infatti, sono aumentate in aree dove in passato il miglioramento genetico non aveva ottenuto buoni risultati. Questo approccio ha avuto molto successo presso gli agricoltori tanto che essi hanno richiesto di estenderlo ad altre colture e, ad oggi, l’ICARDA lavora con agricoltori in Siria, Egitto, Eritrea, Giordania, Algeria e Iran ed è in procinto di cominciare in Etiopia. In paesi come lo Yemen e il Marocco programmi simili sono oggi condotti autonomamente dai ricercatori locali. In Eritrea lo stesso approccio è applicato a frumento, lenticchia, cece e fava. Il frumento è anche parte dei programmi in Algeria, Iran e Giordania mentre gli agricoltori in Iran sono interessati anche agli ortaggi. Molti agricoltori ritengono, a ragione, che sia il modo migliore per migliorare le colture per l’agricoltura biologica. Programmi simili si stanno realizzando in Francia e sono agli inizi negli Stati Uniti. In ciascun paese in cui il miglioramento partecipativo è stato sperimentato ha avuto successo, e in ciascun progetto gli agricoltori in seguito al loro coinvolgimento hanno aumentato la consapevolezza di sé e la fiducia in se stessi, acquisendo anche nuove abilità (come la capacità di negoziare), cosicché la qualità della partecipazione migliora con il tempo. I risultati ottenuti in diversi paesi con colture diverse indicano che il miglioramento genetico partecipativo aumenta la biodiversità perché gli agricoltori selezionano varietà diverse in località diverse e spesso addirittura nella stessa località, a causa del diverso adattamento ai diversi micro-ambienti, come quelli tipici dell’agricoltura biologica, e delle diverse preferenze, per esempio tra uomini e donne, o di mercato. In aggiunta a tutto ciò le varietà selezionate sono spesso eterogenee, quindi continuano a evolversi in ambienti naturali (nelle banche del seme, invece, rimangono isolate dall’ambiente circostante e rimangono allo stadio evolutivo di quando sono state prelevate dal loro habitat) e, pertanto, ad adattarsi sempre meglio: una risposta concreta ed efficace ai cambiamenti climatici. Da queste esperienze risulta che il miglioramento partecipativo è il solo approccio possibile per incrementare le colture tipiche di zone marginali o su superfici troppo modeste per giustificare l’interesse dei grossi programmi di miglioramento pubblici o privati. Idealmente il miglioramento genetico partecipativo dovrebbe essere legato non solo al miglioramento genetico formale – assicurando così un continuo flusso di nuova variabilità genetica – ma anche al sistema sementiero informale che può diffondere nuove varietà nelle comunità agricole senza le inutili pretese dei sistemi sementieri formali. Tuttavia non è sufficiente condurre una serie di esperimenti o di studi per un periodo limitato di tempo per documentare le conoscenze locali e le preferenze degli agricoltori. Per essere davvero incisiva, la partecipazione degli agricoltori deve diventare una componente permanente dei programmi di ricerca in generale e di quelli di miglioramento genetico in particolare, specialmente di quelli che si occupano delle colture in ambienti agricoli difficili dal punto di vista agronomico e climatico. Per raggiungere tutto ciò è indispensabile che gli agricoltori siano considerati veramente come partner e che essi possano avere accesso a tutte le informazioni cui hanno accesso i ricercatori.

Mio articolo per Athenet la rivista dell’Università di Pisa

3 Comments Add yours

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