Le custodi delle antiche varietà dei semi nativi di Sicilia

Giovani agricoltori a “lezione” di semi, per preservare l’identità degli ortaggi autoctoni siciliani.
Ci credono tre giovani donne e ci crede la Regione Siciliana se è vero che ha finanziato un percorso di formazione per la salvaguardia delle sementi di casa nostra.
Eva Polare. 31 anni. nata Palermo, cresciuta a Messina, studi di fotografia in Inghilterra dove è rimasta folgorata dalla permacultura e dallo yoga, è una delle promotrici del progetto. Risucchiata dal “richiamo della terra” è ritornata in Sicilia e, adesso, si dedica anima e corpo a -raccogliere semi”. Detta così sembra solo l’ossessione di una collezionista maniaca, ma dietro c’è un motivo molto serio: recuperare le varietà antiche di ortaggi e, con esse, la memoria storica della nostra cultura contadina.
«Il punto – spiega Eva Polare – non è divulgare un seme tanto per farlo, il punto è che venga utilizzato e riprodotto. La migliore banca dei semi, mi piace dire, è la terra, bisogna piantarli».
Il progetto si chiama “SemiNativi”, è stato ideato tre anni fa (assieme a Manuela Trovato e Serena Bonura) e i finanziamenti (20mila euro) sono arrivati quest’anno. E’ un corso per sette agricoltori, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, che arriveranno a riprodurre sementi da piantine di semi antichi, semi “siciliani” che hanno più di 50 anni di storia nella nostra Isola.
«Il corso – dice Eva – parla a persone che hanno già un’esperienza agricola alle spalle nel campo della sostenibilità e dell’agricoltura naturale. Non si tratta tanto di insegnare a riprodurre e coltivare i semi degli ortaggi siciliani, cosa che questi giovani agricoltori sanno già fare, quanto imparare a riprodurre quel seme in purezza, mantenendo le sue caratteristiche genetiche. Oggi abbiamo ormai semi hi-tech, tutti uguali, che non si ammalano più, prodotti a livello industriale e su vasta scala. Quando parliamo di semi “nativi” ci riferiamo, invece, a sementi i cui geni si sono evoluti in un modo ben preciso sul nostro territorio, varietà autoctone che si sono adattate in Sicilia e solo in Sicilia. Esse rappresentano la memoria storica della nostra cultura ma non solo, gli ortaggi che sono riprodotti da tanto tempo nello stesso luogo si sono acclimatati e dunque sono più facili da crescere, rendendo inutile l’uso di fertilizzanti e dei pesticidi di sintesi».
Da questo progetto, già avviato, discende, quasi naturalmente un’altra sfida per la salvaguardia della biodiversità agricola siciliana, quella di “Sementi indipendenti”, un progetto completamente informale di «banca dei semi».
«Allestiamo dei banchetti per strada, nelle fiere e la gente viene a prendere e a portare semi. Nessuno vende nulla – specifica .a – l’idea di seme come “bene da vendere” è assurda. Il seme è come l’acqua, io faccio promettere a chi li prende di riprodurli, il punto è ribaltare il meccanismo di prendere la piantina, portarla a produzione, consumarne i frutti e basta. No. La pia.na viene da un seme, qualcuno deve raccogliere questa eredità e non possono essere le famose multinazionali che hanno il monopolio delle sementi nel mondo, né si possono congelare i semi alle Svalbard (dove è stato realizzato il “Deposito globale di seme” una banca mondiale del germoplasma ndr), perché quando le tireranno fuori, quel seme troverà un altro clima, un altro mondo, non si sarà evoluto e sarà necessario bombardarlo con la chimica perché sia vitale. Noi in Italia. in Sicilia, abbiamo ancora una cultura contadina che sta, però. scomparendo. Quello che ci interessa è formare persone in grado di dare vita ad una rete di riproduttori ma anche di contribuire a diffondere questa coscienza della salvaguardia della varietà degli ortaggi, nei consumatori».

Sementi Indipendenti - la Sicilia

Incredibile ma vero, uno dei semi che rischiano di perdere la sua varietà è la melanzana. «Ormai è rimasta quasi solo la melanzana “seta” violetta, quella che mangiamo tutti. Le altre tipologie si stanno, via via perdendo, per questo parte del progetto di Sementi Indipendenti consiste nel mappare le diverse varietà di ortaggi in Sicilia.
Anche le zucchine – avverte Eva – sono a rischio, per non parlare delle angurie che sono veramente poche, basti pensare che in Italia. negli Anni Settanta, ce n’erano venticinque varietà».
«Sementi Indipendenti» in questi anni ha già recuperato diverse varietà. Nella lista delle sementi antiche siciliane salvate dall’oblio c’è il Broccolo minestra, il cavolo vecchio, diversi tipi di cipolla, la Cicoria, tanti tipi di fagioli, dal borlotto beige a quello rosato. al “mascalisi”, alla paesanella. Non mancano il mais di Mandavici (Me), la melanzana bianca, il melone bianco di Alcamo, diversi tipi di peperoncino (a cornetto, perenne. a lanterna, sottile, lungo), il pomodoro siccagno, lo spinacio uncinato e il “tenerume”. per finire con la zucchina bianca e la zucca “butiri”.
Il seme, ormai è stato gettato, si tratta di aspettare che cresca, praticamente e soprattutto culturalmente. «Io non ho paura che non funzioni. Ormai – sostiene Eva – vivo da diversi anni realtà che lavorano, si mettono insieme e “fanno”. Questo progetto l’abbiamo studiato e siamo convinte che possa diventare un modello permanente. Non vedo gente che debba remarci contro, c’è solo un po’ d’inedia, la Sicilia, del resto, è un pò così, ma penso che creeremo un modello che si potrà riprodurre in diverse parti della Sicilia e dell’Italia».
La linea guida, è grosso modo quella di Gunter Pauli, il guru delle teorie Blue Economy, fondatore di Zeri (Zero Emissions Research Initiative) per il quale l’economia del futuro si basa su un modello di business ispirato alla natura, quindi sostenibile. Tramontata quella che Pauli definisce Green Economy 1.0, l’economia dei prodotti ecologici d’elite, costosi e inaccessibili è arrivata l’era della Blue Economy: l’economia del futuro, sostenibile e redditizia, che si basa su un modello di business ispirato alla natura.
Ogni attività “blu” è un ecosistema: è autosufficiente, quindi sostenibile. è perfetta.
quindi efficiente, e non produce rifiuti perché riutilizza intelligentemente i propri generando profitti. Non solo: il modello di business naturale con profitto i meccanismi di funzionamento di piante e animali, come il sistema di desalinizzazione dell’acqua adottato dai pinguini o le forze elettrostatiche sfruttate dai gechi per muoversi in verticale.
«Pauli dice “Usa quello che hai per produrre quello che puoi produrre”. Io penso -conclude Eva – che in Sicilia abbiamo tutto, non dobbiamo attirare investitori, non dobbiamo convincere nessuno, dobbiamo semplicemente riorganizzare quello che già abbiamo in sistemi per creare felicità e benessere invece di provare ad essere sempre e solo competitivi sul mercato. La Sicilia è un’isola, ha tutte le risorse, energetiche, di terra, anche umane, che servono. Semplicemente dovremmo renderci conto del nostro potenziale e metterlo in atto. Io credo in piccole comunità sostenibili, di persone che partecipano e non di persone che continuano a delegare le responsabilità a qualcuno per potersi poi lamentare. Penso che se oggi facciamo qualcosa, ne raccoglieremo i frutti».

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