Ol baratì dèle homéhe

Costa Volpino. Nuovo appuntamento per i coltivatori che praticano la biodiversità. Scambi di sementi originali quali verza moretta, zucca del pellegrino e basilico greco

Capigliatura rasta e cravatte, impiegati di banca e giovani agricoltori, bambini urlanti e mamme col pallino del metodo Montessori. È un universo eterogeneo e composito quello che a Costa Volpino ha partecipato alla seconda edizione del «baratto delle semenze» (rigorosamente in dia-letto, Ol baratì dèle homéhe), variegato come quella preziosa biodiversità che è la stella polare di questi appuntamenti, ormai diffusi in tutta Italia per ricreare quelle occasioni di incontro durante le quali un tempo i contadini si scambiavano i propri semi, custodendo varietà e saperi che oggi la globalizzazione delle colture rischia di spazzare via. «Sa che all’inizio del ‘900 – racconta Alice Pasin, di Civiltà Contadina, un’associazione che con il ministero dell’Agricoltura sta lavorando per valorizzare la civiltà rurale – nei cataloghi di quella che era una piccola azienda sementiera c’erano ben 150 varietà di piselli? Oggi quella stessa azienda è diventata una delle cinque multinazionali che controllano il mercato a livello mondiale e di varietà di piselli sa quante ne sono rimaste nel catalogo? Cinque!».

Orti rigogliosi

Per correre ai ripari ecco che dalle scatole di latta escono semi di zucchina costoluta, zucca del pellegrino, verza moretta, cavolo nero, fagioli «monache» (bianchi e neri, ndr), ma anche barbabietola di chioggia o basilico greco. Insomma, un trionfo di varietà che promette orti rigogliosi e colorati. «Da noi – racconta Simona Figaroli, assessore di Costa Volpino – ci sono tanti hobbisti che curano orti e campagna, ma aumentano i giovani che scelgono l’agricoltura come professione».

Abbellire il paesaggio

Uno di questi è Paolo Trotti, 29 anni, che con l’associazione Piperita ha organizzato il mercatino (pardon: baratto, perché qui se hai da regalare qualche seme, il vile denaro non serve). «Nella scelta di tornare alla terra- racconta Trotti – c’è una componente ideologica ma c’è anche una necessità: vangare, seminare e raccogliere in un campo è davvero un bel lavoro, seppur faticoso: si modella il paesaggio e lo si abbellisce, si sta all’aria aperta. È un mestiere che fa bene anche alla persona e all’ambiente: certo non è facile. Io e Marco abbiamo chiamato la nostra azienda “Frammenti” perché siamo figli della frammentazione del territorio: dobbiamo cercare un campo a Costa Volpino, uno a Rogno, uno a Pisogne per poter seminare patate, fagioli e mais nell’ambito di un tessuto profondamente urbanizzato».

Il grano saraceno

I coniugi Anna Morandini, apicoltrice, e Adriano Pasinelli, pensionato, arrivano da Fonte-no: al baratì hanno trovato i semi delle coste gialle e quelli delle coste rosse: «Noi abbiamo portato i semi dei topinambur: questa iniziativa ci piace perché conferma che grazie alla terra l’uomo continuerà ad avere cibo. L’anno scorso avevamo preso i semi di grano saraceno: lo abbiamo seminato e siamo riusciti a ricavare tre chili e mezzo di farina. Buonissima».

L’eredità di Expo

Marta Panisi, da Darfo, ha portato alle scuole del Piano di Costa Volpino i figli Francesco e Federico: «Abbiamo portato semi di mais, zucche e fagioli, le colture semplici che siamo riusciti a coltivare l’anno scorso». Osservando i suoi cuccioli, mamma Marta sospira: «Non so se da grandi faranno questo mestiere, ma è fondamentale che imparino da dove arriva il cibo che mangiano». L’eredità di Expo va insomma cercata in questi appuntamenti, che creano amicizie e generano consapevolezza. Nicolò Vanigli e Luana Botti hanno portato i loro semi dalla Romagna: «Io mi sento un custode e un tutore del territorio che mi circonda – racconta Nicolò – io nella terra lavoro, ho la mia attività agricola e sento di avere una grande responsabilità: consegnare ai nostri figli terreni che siano ancora fecondi e vitali, non devastati dalla logica del profitto».

Ol baratì dèle homéhe

 

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