Morire di Fame o Morire Mangiando?

Recentemente il mondo scientifico ha cominciato ad associare il declino della biodiversità con l’aumento di malattie a base infiammatoria le quali rappresentano una gamma molto vasta di malattie, dalla malattia infiammatoria intestinale, alla colite ulcerosa, ai disordini cardiovascolari, a diverse malattie epatiche e a molti tipi di tumore. Questo aumento delle malattie a base infiammatoria è stato associato ad una diminuzione delle nostre difese immunitarie[1]. Ancora più recentemente si è cominciato ad associare il microbiota – è così che si chiama il complesso di batteri, virus, funghi, lieviti e protozoi che si trova nel nostro intestino e che alcuni chiamano anche microbioma[2] – con il nostro sistema immunitario e quindi con la possibilità o meno di contrarre malattie a base infiammatoria[3].

Il microbiota, che pesa in media ben due chilogrammi – si pensi che il cervello umano pesa in media un chilogrammo e mezzo – svolge tutta una serie di funzioni importanti, dalla sintesi di vitamine e di aminoacidi essenziali, al completamento della digestione di ciò che non è stato digerito nel tratto intestinale più a monte. Alcuni dei prodotti di queste attività rappresentano una fonte di energia importante per le cellule della parete intestinale e contribuiscono alla immunità intestinale.

Il microbiota è fortemente influenzato dalla dieta, un cambiamento della quale ne modifica la composizione in sole 24 ore, e ne occorrono 48, dopo aver cambiato di nuovo la dieta, prima che il microbiota torni alle condizioni iniziali[4].

Una delle ricerche più recenti, pubblicata a Novembre del 2017[5] ha dimostrato che pazienti affetti da melanoma e capaci di rispondere ad una terapia immunitaria avevano un microbiota diverso per composizione e più vario dei pazienti che non rispondevano. Da questo si concludeva che la composizione e la diversità del microbiota sono importanti nel determinare l’immunità antitumorale. Il risultato ha trovato conferma nella risposta di topi di laboratorio che avevano ricevuto un trapianto fecale dai pazienti che avevano risposto alla terapia (il trapianto fecale consiste nel trasferire il microbiota da un paziente sano ad un paziente affetto da una patologia e sta diventando una pratica diffusa per il trattamento di malattie che non rispondono agli antibiotici).

Dieta e salute, anche mentale

Il microbiota sembra coinvolto anche in diversi disturbi neuropsichiatrici come la depressione, la schizofrenia, l’autismo, la ansietà, a la risposta agli stress[6]. Questo è dovuto al danno che i processi infiammatori causano alla mielina, la guaina che circonda i neuroni, alterando cosi la normale trasmissione degli impulsi nervosi.

E’ naturale quindi, con ruoli così importanti da una parte e con il fatto che il microbiota sia così fortemente e rapidamente influenzabile dalla dieta dall’altra, ci siano stati e ci siano molti studi sull’effetto delle varie diete (la occidentale, la onnivora, la mediterranea, la vegetariana, la vegana etc.) sulla composizione e la diversità del microbiota stesso[7]. I pareri di questi studi non sempre concordano, ma ciò su cui tutti i nutrizionisti sembrano essere d’accordo è che la diversità della dieta è di fondamentale importanza per avere un microbioma sano.

Diversità e Uniformità

E qui cominciano i problemi.

Come facciamo a mangiare diverso, se il 60% delle nostre calorie deriva da appena tre specie vegetali, cioè frumento, riso e granturco[8]? E come facciamo a mangiare diverso se quasi tutto il cibo che mangiamo è prodotto da varietà che, per essere legalmente commercializzate – cioè perché i loro prodotti possano trovarsi legalmente nei supermercati, debbono essere iscritte ad un catalogo che si chiama registro varietale, e che per essere iscritte a tale registro debbono essere uniformi, stabili e riconoscibili?

Se la nostra salute (a) dipende dalla diversità e dalla composizione del microbiota (b) la quale a sua volta dipende dalla diversità della dieta (c), come facciamo a mangiare diverso se l’agricoltura che produce il nostro cibo è basata sulla uniformità (d)

E’ chiaro che tra la necessità di mangiare diverso discussa finora, e la uniformità imposta per legge alle colture c’è un’ovvia contraddizione. Come c’è un’ovvia contraddizione tra uniformità e stabilità da una parte e la necessità di adattare le colture al cambiamento climatico dall’altro.

Semi, Cibo e Salute

La situazione peggiora ancora di più se si pensa che accanto ad un oligopolio del cibo, esiste anche un oligopolio del seme (da cui tutto il cibo proviene direttamente o indirettamente) in quanto il mercato mondiale del seme, un mercato che vale miliardi di dollari è per oltre il 50% nelle mani di poche grandi corporazioni[9] (note spesso come le multinazionali), alcune delle quali controllano contemporaneamente un altro mercato multi miliardario, cioè quello dei pesticidi (erbicidi, insetticidi e anticrittogamici).

Tutto ciò è molto preoccupante perché mentre, per esempio, le conseguenze per la salute di cibo proveniente da colture geneticamente modificate (più note come OGM) è molto controverso, è stato accertato al di là di ogni ragionevole dubbio che esiste una relazione stretta tra esposizione a pesticidi e l’aumento di malattie croniche come diversi tipi di cancro, diabete, disordini neurodegenerativi come Parkinson, Alzheimer e SLA (sclerosi laterale amiotrofica), difetti alla nascita e disturbi riproduttivi[10].

Come difenderci

A questo punto sarebbe veramente il caso di parlare di pericolo, se non proprio di “morire”, per lo meno di “ammalarsi mangiando” e di chiedersi: cosa possono fare i consumatori?

Una soluzione che molti consumatori hanno scelto negli ultimi tempi è stata quella di rivolgersi ai prodotti della agricoltura biologica la quale, se da un lato offre molte più garanzie di cibo sano, dall’altra non è esente da critiche. Le più comuni sono che i prodotti bio sono più costosi, e che le produzioni che si ottengono con l’agricoltura biologica sono più basse per cui con il biologico non si riuscirebbero a sfamare i circa 9 miliardi che saremo nel 2050[11]!

Alba Pietromarchi in Bio Agricoltura (luglio-dicembre 2016)

L’Agricoltura biologica può essere la soluzione ….. ma è spesso criticata per produrre cibo costoso e come il metodo per affamare 2 miliardi di persone

Alla prima critica si può rispondere facilmente: infatti il vero problema non è che i prodotti bio costano troppo ma è che i prodotti non biologici costano troppo poco, nascondendo quelli che sono i veri costi che i consumatori debbono poi pagare al di fuori dei supermercati. A parte gli effetti negativi sull’ambiente (suoli, acqua e aria) della politica dell’industria alimentare di produrre cibo a basso costo …… costi quel costi[12], ci sono quelli sulla nostra salute: basti pensare che ogni paziente affetto da diabete costa oggi al Sistema Sanitario Nazionale 2589 euro l’anno, e che le terapie legate al diabete costano al Sistema Sanitario Nazionale attorno al 9% del bilancio, ovvero circa 8,26 miliardi di euro[13].

La seconda critica, cioè che le produzioni dell’agricoltura biologica sono più basse di quelle dell’agricoltura convenzionale, mediamente tra l’8% e il 25% in funzione della coltura e del modo in cui viene praticata l’agricoltura biologica, è usata più spesso della prima per sostenere che con l’agricoltura biologica molte più persone soffrirebbero la fame. Come si fa a parlare di un sistema, si dice, che produce di meno quando è invece necessario aumentare le produzioni agricole del 70% o perfino del 100% entro il 2050?

Recentemente molte delle affermazioni su cui si bassa questa seconda critica sono state messe in discussione. Innanzitutto, in molte di queste discussioni ci si dimentica delle enormi quantità di cibo che vanno a finire nei rifiuti, ben 1 miliardo e 300 mila tonnellate, pari cioè al 30% della produzione agricola[14]. In aggiunta a questo si stima che, globalmente, produciamo circa 4600 chilocalorie/persona/giorno e, pur perdendone circa 1400 tra le perdite dopo la raccolta, durante la distribuzione e durante il consumo, ne rimangono quasi 1000 in più delle 2360 chilocalorie/persona/giorno che secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità sono sufficienti per una vita sana[15]. Quindi si comincia a far strada l’ipotesi che la necessità di aumentare le produzioni agricole del 70% o perfino del 100% entro il 2050 sia una stima volutamente usata da istituzioni e individui con una precisa ideologia per quanto riguarda il problema della sicurezza alimentare[16]; in altre parole un mezzo per giustificare la necessità dell’uso delle biotecnologie, come per esempio gli OGM che tante polemiche hanno suscitato.

Cosa fa la scienza?

Non dobbiamo poi dimenticare che, come detto in precedenza, il cibo deriva dai semi e che quindi la causa prima dei problemi di salute che affliggono oggi il mondo debba essere cercata nel modo in cui vengono prodotti i semi. E poiché i semi che poi producono il cibo che ha tutti quegli effetti che abbiano descritto sulla nostra salute, vengono prodotti da quella scienza che si chiama miglioramento genetico, per cambiare le cose bisogna ripensare a come viene fatto il miglioramento genetico in modo da passare dal “coltivare uniformità” al “coltivare diversità”.

Oggi gran parte del miglioramento genetico “istituzionale”, incluso, con poche eccezioni, anche quello pubblico, ha come obbiettivo l’agricoltura industriale (la sola che secondo alcuni sarà in grado di sfamare il mondo ma che oggi produce solo il 30% del cibo al mondo), e quindi si basa sulla selezione, nei centri di ricerca, di varietà uniformi – per rispettare le leggi sui semi di cui parlavamo prima – e capaci di produrre il massimo con il supporto di concimazioni e pesticidi. Non esiste, o lo è in misura modestissima, miglioramento genetico per l’agricoltura biologica. Quindi uno dei motivi della differenza di produzione tra agricoltura convenzionale e agricoltura biologica è che in quest’ultima, mancando varietà ad essa adatte, vengono coltivate le stesse varietà selezionate per l’agricoltura convenzionale le quali ovviamente trovandosi in una situazione completamente diversa da quella per la quale sono state selezionate, producono di meno.

Questo lo si può fare in modo rapido ed economico con il miglioramento genetico evolutivo[17], che consiste nel creare popolazioni mescolare semi ottenuti incrociando tra loro diverse varietà, lasciarle evolvere utilizzandoli come coltura oppure per fare la selezione delle piante migliori. Questo offre la possibilità di adattare la coltura non solo al cambiamento climatico di lungo periodo, ma anche alle variazioni climatiche da un anno all’altro, ma anche di controllare infestanti, malattie ed insetti senza ricorrere a pesticidi. Grazie agli incroci naturali che avvengono sempre al loro interno, queste popolazioni evolvono continuamente (per questo si chiamano “evolutive”) e i contadini hanno la possibilità di adattare le colture al particolare modo in cui ciascuno di essi pratica l’agricoltura biologica.

L’uso di popolazioni, sia nei cereali che in alcune specie orticole, si sta diffondendo in Italia grazie a Rete Semi Rurali[18] con varie attività in Sicilia, Basilicata, Molise, Puglia, Abruzzo, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte.

Questo approccio è anche sostenuto dall’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica[19]


La diffusione dei miscugli in Italia: l’esempio della diffusione del miscuglio di frumento tenero costituito ad Aleppo (Siria) nel 2009

Un’attività simile, è condotta in Sardegna da “Domus Amigas” (CSA)[20].  In Emilia-Romagna progetti regionali che sperimentano sui miscugli sono in corso presso l’Università di Bologna e presso la società OPEN FIELDS, (Progetto BIO2). Studi sui miscugli in orzo sono attualmente in corso presso le Università di Perugia, Bologna e Firenze.

Esperienze in Italia con una popolazione di oltre 2000 tipi diversi di frumento tenero provenienti da tutto il mondo, e che per essere stata costituita in Siria proponiamo di chiamare “miscuglio di Aleppo dà un pane che oltre ad avere un profumo e un sapore straordinari, è tollerato da persone che soffrono di intolleranza al glutine. In Iran, i pastori che hanno usato la popolazione di orzo come alimento per le pecore alimentate hanno notato un miglioramento della qualità del latte. Recentemente, in Molise, con una popolazione di frumento duro, è stata prodotta la pasta.

Prodotti delle popolazioni evolutive al mercato

 Questi risultati, che stanno ricevendo continue conferme, indicano che oltre a tutti i benefici di cui si è già parlato, la coltivazione delle popolazioni evolutive tal quali può rappresentare il modo ideale per coniugare la sicurezza alimentare con la sicurezza del cibo, e nello stesso tempo creare reddito come dimostrato dal successo commerciale che sta avendo il pane fatto con la popolazione di tenero.

Questo mio intervento fa parte del dossier pubblicato nel numero di Aprile della rivista mensile “l’altrapagina“ edita a Città di Castello .

[1] von Hertzen et al. 2011. Natural immunity: Biodiversity loss and inflammatory diseases are two global megatrends that might be related. EMBO reports 12: 1089-1093

[2] Per microbiota si intende il complesso dei micro-organismi e virus che albergano nel nostro intestino, mentre microbioma si riferisce più esattamente ai geni del microbiota

[3] Khamsi R. 2015. A gut feeling about immunity. Nature Medicine 21: 674–676

[4] Singh RK et al. 2017. Influence of diet on the gut microbiome and implications for human health. Journal of Translational Medicine 15 (1) :73

[5] Gopalakrishnan et al. 2017. Gut microbiome modulates response to anti–PD-1 immunotherapy in melanoma patients. Science 02 Nov. 2017 : eaan4236

[6] Hoban et al. 2016. Regulation of prefrontal cortex myelination by the microbiota. Translational Psychiatry 6, e774

[7] Singh RK et al. 2017. Influence of diet on the gut microbiome and implications for human health. Journal of Translational Medicine 15(1):73

[8] Thrupp LA 2000. Linking agricultural biodiversity and food security: the valuable role of agrobiodiversity for sustainable agriculture.
International Affairs 76, 265 -281

[9] Bonny S 2017 Corporate Concentration and Technological Change in the Global Seed Industry. Sustainability 2017, 9, 1632

[10] Mostafalou S, Abdollahi M. 2013. Pesticides and human chronic diseases: evidences, mechanisms, and perspectives. Toxicol Appl Pharmacol. 268 (2):157-77

[11] Connor DJ 2008. Organic agriculture cannot feed the world. Field Crops Research, 106 (2): 187-190

[12] Sukhdev P. et al. 2016. Fix food metrics. Nature 540: 33-34

[13] http://www.istat.it/it/archivio/71090

[14] FAO. 2011. Global food losses and food waste – Extent, causes and prevention. Rome

[15] Smil V 2000. Feeding the World: A Challenge for the Twenty-First Century. Cambridge, MA, USA: MIT Press

[16] Tomlinson I 2013. Doubling food production to feed the 9 billion: A critical perspective on a key discourse of food security in the UK. Journal of Rural Studies 29: 81-90

[17] Ceccarelli, S., 2016. Mescolate Contadini, Mescolate. Pentagora

[18] http://www.semirurali.net/

[19] https://aiab.it/

[20] http://www.domusamigas.it

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