Espropriazione – Riappropriazione – Dequalificazione

Questa storia, scritta con l’aiuto di Maddalena Cantoni,  riguarda aspetti non ben conosciuti degli ibridi di granturco.
È necessario premettere che gli ibridi di granturco e poi via via gli ibridi di tutte le altre specie che sono seguiti hanno rappresentato il primo grande successo della genetica applicata all’agricoltura. Per molti attivisti essi rappresentano uno dei simboli dell’agricoltura industriale. Ma Deborah Fitzgerald[1] lei, la storia dei mais ibridi negli Stati Uniti, primo paese in cui sono stati sviluppati e diffusi, la racconta in modo diverso, direi con gli occhi dei contadini.
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Deborah racconta la vita dei contadini del tempo (primi anni ‘900) come “una vita spacca schiena” (arare e seminare a mano, costruire fienili, mungere vacche e altri lavori estenuanti e faticosi). Eppure, il compito principale del contadino non era tanto e solo il lavoro fisico, quanto il decidere cosa fare, come farlo e quando. Decisioni di questo tipo, come anche quale tipo di trattore acquistare, quando seminare in primavera, quando e dove vendere i prodotti, potevano essere prese solo da contadini con conoscenze basate su esperienza, osservazione e un lungo apprendistato, fatto di solito con i propri genitori.

In molte zone del mondo la vita dei contadini non è molto cambiata da quella descritta da Deborah Fitzgerald (a sinistra contadini in Uganda, a destra contadini in Yemen)

Molti contadini non avevano un’educazione formale in agricoltura: sia per il muratore che per il contadino l’espressione della loro qualificazione era un prodotto tangibile; nel caso specifico, un mattone per il muratore e una coltura per il contadino, e il potere che possedevano consisteva nelle conoscenze che avevano acquisito attraverso una lunga esperienza.
Coltivare granturco a quei tempi era straordinariamente complesso. Fino alla fine del 19esimo secolo, i contadini erano attentissimi a tutti quei fattori, molti dei quali di natura ecologica, che potevano avere un effetto sul loro granturco. Per esempio, i contadini erano consapevoli che le produzioni dipendevano dal particolare tipo di terreno del loro campo e che quindi coltivatori vicini potevano aver bisogno di correttivi e di concimi diversi. Lo stesso valeva per malattie, insetti e clima.
Le varietà di granturco a disposizione dei contadini americani del Midwest degli Stati Uniti comprendevano sette granturchi bianchi e dodici gialli, ciascuno abbastanza diverso da meritare il nome di “varietà”. Queste varietà differivano anche per la precocità, andando dai 90 giorni dei tipi considerati abbastanza precoci, ai 120 giorni di quelli considerati piuttosto tardivi. Infine differivano anche per l’uso, dal mais dolce che veniva venduto ai conservifici e molto diverso da quello usato come mangime da vendere al mercato, a sua volta diverso da quello usato come mangime per i “propri” animali.

Il Midwest degli Stati Uniti

Da dove venivano i semi di granturco?

Un buon conoscitore di granturco non distingueva solo il mais giallo da quello bianco, ma all’interno dei bianchi, era capace di distinguere il bianco perla, il bianco crema e il bianco amido.
La conoscenza dei contadini andava ben oltre le caratteristiche esteriori, perché per loro sapere quale granturco produceva bene e quale produceva male era un elemento di strategia basilare. Questo perché i contadini producevano il proprio seme e i più lo producevano selezionando le pannocchie in campo e nei silos. Intorno al 1910, i contadini cominciarono ad essere incoraggiati dalle stazioni di ricerca del Dipartimento Americano per l’Agricoltura (USDA) e dalla stampa specializzata ad avere più cura del processo di selezione: per esempio il fisiologo del Dipartimento Americano per Agricoltura, C.P. Hartley, in quegli anni era solito visitare molto spesso i contadini dell’Ohio, supervisionando il lavoro di selezione, e nel 1912 si vantava di aver contribuito con i suoi consigli ad un aumento di produzione di 7-15 q.li/ha mentre molti contadini riuscivano a produrre più di 70 qli/ha. Il ministro dell’agricoltura del tempo, “Tama Sim” Wilson, sosteneva che la selezione aveva aumentato la produzione di alcune varietà del 25-30%.
Quando il problema della suscettibilità alle malattie cominciò a farsi sentire (siamo intorno al 1915), cominciarono due programmi che nel breve termine dettero molto potere decisionale ai contadini, ma nel lungo termine glielo sottrassero con l’effetto di dequalificarli.
Nel primo, i contadini, sempre con l’aiuto di tecnici e ricercatori, cercarono di fare del loro meglio selezionando le piante più resistenti, e quei contadini che avevano più successo, riuscivano perlomeno a limitare le perdite.
Prima del 1920, negli USA, i coltivatori erano una componente essenziale negli sforzi di miglioramento genetico del granturco. La loro conoscenza della pianta e della sua diversità da una parte, unita alla conoscenza dei loro campi con le proprie peculiarità ecologiche dall’altra, erano armi potenti nelle loro mani, per garantirsi la stabilità economica. Non tutti i contadini dedicavano agli sforzi di migliorare il granturco lo stesso impegno, ma tutti condividevano una forma di conoscenza e una prospettiva, che molti degli esperti/ricercatori, soprattutto della generazione successiva, non avrebbero avuto.

Per esempio, nel Marzo del 1918, il “Wallaces’ farmer” pubblicava un articolo dal titolo “Corn Breeding plot[2] (la parcella per il miglioramento genetico del granturco) nel quale si descriveva il metodo di miglioramento genetico noto come “spiga-fila”.

Il secondo programma invece, andò direttamente contro il principio che i contadini potevano e dovevano accrescere continuamente la loro capacità di migliorare il granturco. In questo programma, nell’affrontare il problema della resistenza alle malattie, si introduceva nel miglioramento genetico del granturco il concetto dell’autofecondazione continuata, seguita dell’incrocio. Con l’autofecondazione continuata si ottenevano le linee “inbreds”, le quali avevano due caratteristiche: erano più basse e molto meno produttive delle piante di partenza, perché riprodotte in modo opposto a quello naturale: che è l’incrocio. Erano quindi geneticamente pressoché pure, cioè davano progenie simili a se stesse.

Il vantaggio era che quando si incrociavano due linee “inbreds” si ottenevano degli ibridi a volte molto più produttivi non solo delle inbreds (il che non era difficile) ma più produttivi anche delle varietà da cui le inbreds erano state ottenute.

Nonostante la sua semplicità, il metodo aveva due problemi, a prima vista non evidenti, ma che di fatto impedirono ai contadini di poterlo attuare. Il primo era un problema di scala. Si trattava di fare tantissimi incroci per trovarne uno veramente di successo (oggi ovviamente le cose sono cambiate, N.d.A.): le stazioni sperimentali pubbliche, pur avendo superfici abbastanza estese per condurre esperimenti sufficientemente grandi, non potevano competere con privati come i fratelli Funk[3], i quali potevano contare su quasi 9000 ettari avendo accorpato le proprietà di molti membri della famiglia. Il secondo problema era la necessità di tenere quaderni di campo, cosa che di per sé non è particolarmente complicata – si trattava di mantenere la tracciabilità tra genitori e figli e delle varie generazioni.
Alcuni dei primi ricercatori coinvolti nel miglioramento genetico, pensavano che l’abilità e la conoscenza dei contadini maiscoltori fossero utili al loro lavoro. Per esempio, Henry Wallace considerava i contadini come la fonte migliore di varietà a libera impollinazione da cui ottenere inbreds e il solo modo, che i ricercatori coinvolti nel miglioramento genetico avevano di identificare nuove varietà, era di fare affidamento sulla competenza e conoscenza dei coltivatori di granturco. All’Università dell’Illinois fare affidamento sulla competenza e sulla conoscenza dei contadini maiscoltori era considerata un male necessario perché, non avendo abbastanza terreno, i ricercatori dovevano necessariamente dare le loro inbreds a contadini che si prestavano volontariamente a fare gli incroci.
Il numero del 29 Marzo 1918 del Wallaces’ Farmer dove si parla di miglioramento genetico del granturco

Ciò tuttavia non andava giù ai miglioratori genetici (d’ora in avanti userò il termine inglese “breeders” per brevità – N.d.A.) commerciali i quali non ritenevano i contadini capaci di un lavoro accurato: il problema era se i contadini fossero abbastanza competenti per occuparsi di un programma di incroci nel granturco! Venti anni prima, Wallace aveva dichiarato che questo era un lavoro che chiunque avrebbe potuto fare!

L’aneddoto

Nel 1938, alcuni dei breeders commerciali ebbero un meeting con lo staff dell’Università dell’Illinois per esprimere la loro preoccupazione sul fatto che l’Università desse le inbreds ai contadini. Durante il meeting O.J Sommer raccontò l’aneddoto seguente che sottoline bene l’attitudine dei breeders commerciali nei confronti dei contadini.

Sommer non era un ricercatore, ma coltivava e vendeva granturco, e d’accordo con gente che come lui commerciava in granturco, riteneva che non si potesse dare fiducia ai contadini in una faccenda così complessa come la produzione di mais ibrido, e che quindi i contadini dovessero affidarsi alla competenza dei breeders. Ma la presunta incompetenza dei contadini era probabilmente una scusa perché i produttori di seme di granturco si erano lamentati della difficoltà di controllare la circolazione delle varietà di granturco anche prima dell’avvento degli ibridi. Molti di loro (i breeders commerciali) ritenevano che il farsi carico del lavoro necessario alla produzione degli ibridi dovesse essere compensato e che, come gruppo di produttori di seme, non potevano che opporsi all’idea che i contadini reimpiegassero il proprio seme. I saggi intitolati “Battere i contadini al loro stesso gioco” e “Scoraggiare il reimpiego del seme” pubblicati su Seed World nell’Aprile del 1919 (quindi prima dell’avvento degli ibridi – N.d.A.) sono la chiara dimostrazione della loro crescente frustrazione.

La frustrazione

Come un meccanico nella sua officina di fronte ad uno strumento utensile controllato da dei numeri, i contadini Americani si trovarono di fronte ai primi ibridi di granturco a metà degli anni ’30.
Le caratteristiche “dequalificanti“ di questa nuova tecnologia non erano tanto dovute a chi la proponeva, quanto alla natura inerte della tecnologia stessa. Infatti, come prima cosa le piante degli ibridi erano indistinguibili le une dalle altre: i contadini abituati a selezionare il mais o nel campo o nel silos, ora non avevano la più pallida idea di che cosa osservare. Inoltre, mentre con le vecchie varietà riuscivano a collegare alcune caratteristiche del seme (ad esempio la dentatura e il colore) con la precocità o con la capacità di crescere su terreni pesanti, con il seme ibrido non avevano alcuna possibilità di prevedere come questo si sarebbe comportato sul proprio campo. Se, per esempio, l’esperienza aveva loro insegnato che nei propri campi la varietà Reid Yellow Dent dava le migliori produzioni, questo non era di alcun aiuto per selezionare un ibrido ottenuto da una inbred derivata da Reid Yellow Dent incrociata con altre 3 inbreds sconosciute.

Un moderno ibrido di granturco – un modello di uniformità

Infine, siccome gli ibridi non potevano essere coltivati per più di un anno, i contadini dovevano comprare nuovo seme ogni anno. Abituati a selezionare il loro granturco anno dopo anno, creando così un granturco adattato alle condizioni della loro azienda, rimasero scioccati nello scoprire che conservare e riseminare il seme degli ibridi comportava una netta diminuzione della produzione nel secondo anno.
Quindi, l’interesse dei contadini nella qualità dei semi a lungo temine era stato sostituito da un interesse a breve termine – di un anno soltanto! Non vi era più nulla da costruire per il futuro: nel bene o nel male, ogni anno il seme era una nuova entità sconosciuta!!
Questo cambiamento brutale nel tipo di seme di granturco determinò una serie di incomprensioni tra contadini e sementieri. Il problema principale che si evidenziò particolarmente nei primi anni era il comportamento “capriccioso” degli ibridi, molti dei quali erano prodotti per aree ecologiche molto ristrette. In altre parole, nessun ibrido era capace di produrre bene nei diversi tipi di terreno e diversi climi della zona maidicola degli USA. La difficoltà di trovare un ibrido adatto alle necessità di uno specifico contadino emerse dagli esperimenti condotti dall’Università dell’Illinois nel proprio stato. In alcune regioni, le vecchie varietà a impollinazione incrociata producevano decisamente meglio degli ibridi essendo adattate alle condizioni locali. Al contrario gli ibridi si mostravano molto instabili quando coltivati in luoghi diversi da quello in cui erano stato prodotti.
Inoltre, come regola generale, le varietà a impollinazione incrociata erano superiori agli ibridi nelle zone con terreni poveri o non concimati, mentre gli ibridi producevano meglio in terreni ricchi e ben concimati.
(Problemi simili si incontrarono in Italia, quando gli ibridi americani arrivarono dopo la seconda guerra mondiale come parte del Piano Marshall[4] – N.d.A.)
Alcune delle maggiori ditte sementiere utilizzarono il problema dell’adattamento degli ibridi a loro vantaggio. Per esempio, la Funk Brothers riassicurava i contadini preoccupati che i venditori di semi potessero approfittare della loro scarsa conoscenza degli ibridi in due modi. Da una parte li metteva in guardia da chi, approfittando della forte domanda di ibridi a fronte di una scarsa offerta, metteva sul mercato seme ibrido che ibrido non era (questa abitudine continua ancora: in India qualche anno fa hanno messo in commercio seme di cotone OGM che OGM non era – N.d.A.). Dall’altra, poiché i contadini non potevano in alcun modo identificare “buoni” ibridi, Funk suggeriva: “Andate sul sicuro. Ordinate granturco ibrido Funk. Noi vi forniremo l’ibrido meglio adattato alla vostra azienda”.
Il problema per i contadini era complesso: nel 1937 l’Università dell’Illinois aveva prodotto un centinaio di ibridi, tutti disponibili per gli agricoltori che ne facessero richiesta. Il catalogo della Funk Brothers comprendeva 36 ibridi propri e 39 ibridi pubblici, cioè quelli dell’Università dell’Illinois. Anche se tutti questi ibridi non erano granché differenti, il loro numero servì a convincere i contadini che le loro conoscenze non potevano servire a nulla nella nuova attività misteriosa che portava alla selezione degli ibridi.
Anche gli stessi rivenditori di semi erano piuttosto perplessi sulla invisibilità delle caratteristiche degli ibridi.

La rivoluzione del granturco

Tuttavia, tempo dieci anni dalla metà degli anni trenta quando furono introdotti, e nonostante la confusione e i problemi, il granturco ibrido sostituì le vecchie varietà a impollinazione incrociata. Nel 1933 gli ibridi rappresentavano soltanto lo 0.4% della superficie seminata a granturco negli USA; nel 1945 rappresentavano il 90%! (Queste cifre sono abitualmente citate nella maggior parte dei libri di testo senza quello che segue – N.d.A.).
A parte il fatto che, a partire dal 1940, la maggior parte delle ditte sementiere smise di vendere le varietà a libera impollinazione, ci furono almeno tre diversi motivi che spiegano il passaggio dalle varietà a libera impollinazione agli ibridi. Il primo era che gli ibridi avevano il vantaggio sulle varietà a libera impollinazione di produrre di più e di resistere alle più comuni malattie e insetti e di resistere alla siccità. Il secondo fu la concomitanza di una serie di anni siccitosi a metà degli anni ‘30, e in particolare una forte siccità nel 1936, che rese il seme di granturco pressoché introvabile e durante i quali i contadini furono contenti di comprare qualunque seme fosse disponibile. Infine, il terzo motivo fu legato al programma di riduzione delle superfici di granturco in virtù del quale l’Amministrazione pagava quei contadini che riducevano la superfice destinata a granturco (le superfici infatti scesero da 44.750 ettari nel 1932, a 34.980 nel 1940, a 33.710 nel 1950). Questo spinse i contadini più bravi a provare gli ibridi che producevano di più per ettaro, sacrificando soltanto pochi ettari e intascando il contributo del governo.
Quindi, dire che i contadini preferirono gli ibridi solo perché erano superiori alle varietà a libera impollinazione significa ignorare che i contadini fecero questa scelta per ragioni che erano forse più impellenti.

Lezioni per i tempi nostri

I contadini americani del periodo tra il 1920 e il 1930 facevano lavori manuali pesanti ed erano padroni dei propri strumenti e mezzi di produzione (compresi i semi – N.d.A.). Lavoravano senza supervisione e prendevano tutte le decisioni seguendo le proprie necessità. Somigliavano più a degli abili artigiani che a degli operai dell’industria. Ma, a differenza di molti artigiani e della maggior parte degli operai, i contadini in generale scelsero di non organizzarsi in un fronte unico. Nonostante condizioni avverse, fossero esse economiche, legislative, sociali o politiche, decisero di rimare fedeli alla loro condizione di produttori indipendenti.
Questa loro condizione di invisibilità, favoriva la loro capacità di adattarsi a cambiamenti tecnologici, molti dei quali come l’elettricità, gli inoculi, i concimi, perfino i trattori, erano entrati nell’uso quotidiano gradualmente, combinando modernità con una tradizione di autosufficienza.

Ma con gli ibridi non ci fu nulla di graduale!!

Non vi fu modo di combinare le conoscenze utili a coltivare e selezionare le varietà a libera impollinazione con quelle necessarie nel caso degli ibridi – fu una innovazione del tipo tutto o nulla! Gli ibridi riuscirono ad escludere i contadini dal processo per capire le operazioni necessarie al loro ottenimento, a meno che non si rivolgessero ad esperti (Per questo, un altro ricercatore Americano, Jack Kloppenburg[5], analizzando la transizione dall’agricoltura contadina a quella industriale, parla di espropriazione– N.d.A.). Una metafora illuminante usata in questo caso è quella che, mentre le varietà a libera impollinazione sono trasparenti, gli ibridi sono opachi. Ciò che importa sottolineare non è tanto che i contadini accondiscesero al cambiamento, ma che la loro autorità e conoscenza furono delegate ai genetisti e ai sementieri.
Gli ibridi, di fatto, sostituirono un’attività che i contadini avevano sempre fatto da soli. La letteratura che ha accompagnato con toni trionfalistici questa innovazione, non si è accorta (non si è accorta??? – N.d.A.) che gli ibridi furono una sostituzione – una delega – piuttosto che un fenomeno completamente nuovo. La conoscenza che i contadini avevano sviluppato nel corso degli anni – a proposito delle differenze tra le diverse varietà per i loro tempi di maturazione, per la qualità come alimento per il bestiame, per la suscettibilità a insetti e malattie, e in particolare per le caratteristiche che un buon granturco doveva avere per quella particolare azienda – ebbene gli ibridi fecero sì che tutta questa conoscenza accumulata nel tempo non avesse più alcun valore per i contadini (anche se, per ironia della sorte, ne avesse ancora più che in passato per i breeders i quali non ne potevano fare a meno per trovare gli ibridi migliori).

(A questo punto Deborah Fitzgerald, il cui racconto fin qui mi aveva perfino commosso, mi fa cadere letteralmente le braccia. Sentite cosa dice – N.d.A.).

In realtà, al tentativo del contadino di selezionare del seme dal suo campo di granturco ibrido si attribuiva un valore negativo perché causava la perdita del raccolto l’anno successivo.

Ma chi glielo ha detto?

Se qualcuno avesse invece detto ai contadini: se raccogliete un gran numero di pannocchie dal vostro campo di granturco ibrido – a caso, tanto sono tutte geneticamente uguali e non avrebbe senso fare la selezione – e ne riseminate i semi, è vero che la produzione diminuisce, ma nello stesso per una legge della genetica che si chiama “la segregazione degli ibridi”, vi troverete di fronte a piante tutte diverse, proprio come quelle che siete stati sempre abituati a vedere, e tra le quali potreste ricominciare a fare la selezione come avete sempre fatto. Ancora meglio se i vostri vicini, se anche loro hanno comprato un ibrido diverso dal vostro, fanno lo stesso lavoro e poi mescolate il seme raccolto dai diversi campi e lo seminate: la diversità che esploderà l’anno successivo sarà ancora più grande !!!

Pensate se qualcuno glielo avesse detto a come potremmo raccontare oggi la storia degli ibridi non solo di granturco, ma anche di tutti quelli delle altre colture che si sono susseguiti nel tempo come una storia di “riappropriazione” non solo dei semi, ma anche di tutte le conoscenze ad essi associate.

Per concludere: come siamo messi oggi?

[1] Fitzgerald, D. 1993. Farmers Deskilled Hybrid Corn and Farmers’ Work. Technology and Culture 34 (2): 324-343

[2] http://idnc.library.illinois.edu/cgi-bin/illinois?a=d&d=WAF19180329&e=——-en-20–1–txt-txIN——–

[3] FUNK’S FRONTIERSMEN è una delle primissime ditte sementiere negli Stati Uniti (http://frontiersmen.ag/wp-content/uploads/2017/09/Frontiersmen-Product-Guide-Final.pdf

[4] Emanuele Bernardi, 2014. Il mais “miracoloso” Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione. Carrocci Editore 199pp

[5] Kloppenburg J. 2010. Impeding Dispossession, Enabling Repossession: Biological Open Source and the Recovery of Seed Sovereignty. Journal of Agrarian Change, 10: 367–388

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