PORTAFOGLI VEGETALI

Quando ecologia ed evoluzione entrano in banca

Negli ultimi mesi ho scoperto, la teoria del “portafoglio”, una teoria matematica elaborata da Harry Markowitz nel Marzo del 1952 e pubblicata in una lavoro scientifico dal titolo “Portfolio selection” nel “The Journal of Finance, volume 7, pagine 77-91 (il pdf è disponibile per chi lo volesse leggere).

Harry Markowitz lavorava per la Rand Corporation, una think thank (gruppo di esperti) statunitense con sede a Santa Monica in California e usando semplici modelli analitici e grafici dimostrò il valore della diversificazione, come strategia dell’investimento finanziario per ridurre il rischio.

Se qualche consulente finanziario dovesse leggere queste righe, le troverebbe a dir poco superflue perché raccontano cose che in quel mondo sono risapute e cioè che la selezione (qui cominciamo a usare termini familiari a chi si occupa di miglioramento genetico) di un efficiente portafoglio di investimento finanziario si basa(va ?) su una corretta valutazione del ricavo atteso con l’investimento e della sua volatilità.

Usando le parole di Markowitz, la regola vuole che l’investitore consideri il ricavo come cosa desiderabile ma la variabilità – cioè le oscillazioni – del ricavo stesso, come cosa indesiderabile.
Il risultato dei suoi modelli analitici e grafici è cosa ben nota ai consulenti finanziari, i quali ai clienti avversi al rischio consigliano un portafoglio diversificato, che per la “teoria del portafoglio” tende a produrre ricavi più stabili di quanto non facciano portafogli semplici (meno diversificati),  nonostante la variabilità delle singole componenti dello stesso. Infatti, in un portafoglio ben diversificato è più probabile avere singoli prodotti tra loro indipendenti o inversamente correlati.

Vengo così a scoprire che, quando l’effetto “portafoglio” viene applicato all’ecologia e all’evoluzione, fornisce importanti indicazioni su come gli ecosistemi sono organizzati, su come le specie interagiscono tra di loro e su come si sviluppano le strategie evolutive.

Gli ecologisti avevano proposto, grosso modo negli stessi anni in cui Markowitz pubblicava “Portfolio selection”, che le comunità biologiche ricche di specie risentivano meno delle perturbazioni esterne delle comunità biologiche con poche specie. Successivamente questo è stato dimostrato empiricamente da Tilman e Dowing (1994) nel caso della resistenza alla siccità di prati naturali, cosa che ha fatto loro dire “biodiversità genera stabilità”. Una rianalisi dei loro dati rivelò che questo effetto stabilizzante era il risultato della media statistica tra specie che non variavano in modo sincrono nel corso del tempo, proprio come nei portafogli finanziari diversificati.

L’ipotesi diversità-stabilità, (cioè a maggiore diversità corrisponde maggiore stabilità) è stata saggiata recentemente da Delphine Renard e David Tilman che hanno analizzato le produzioni di 176 colture in 91 paesi dal 1961 al 2010 (50 anni). I loro dati, pubblicati su Nature il 19 Giugno di quest’anno, indicano chiaramente che ad una maggiore diversità di colture a livello nazionale corrisponde una maggiore stabilità temporale dei raccolti. Lo stesso lavoro dimostra l’effetto destabilizzante sulle colture della variabilità delle precipitazioni e delle temperature.

Ma allora,  dico io,  se anche le popolazioni evolutive e i miscugli non sono altro che l’ applicazione dell’effetto portafoglio  all’interno di una stessa specie,  perché non chiamarli a ragione PORTAFOGLI VEGETALI.

Rispetto ai PORTAFOGLI FINANZIARI, quelli vegetali hanno il vantaggio di evolversi da soli in risposta allaVOLATILITA’ DEL MERCATO, leggi variazioni di temperatura e piovosità.

Quel che non quadra è che rimane un po’ di amaro in bocca, nel constatare che l’effetto portafoglio così ben consolidato nel mondo finanziario, quando applicato alle piante che forniscono il nostro cibo sia ancora così fortemente osteggiato da una parte del mondo scientifico italiano.

(con il contributo di Maddalena Cantoni)

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